La storia della pallacanestro femminile – I grandi dirigenti: Antonio Concato (di Enrico Casiraghi)

Aprile 1974, Treviso. Ci stiamo recando, con la Standa Milano, a giocare una delle ultime gare di campionato contro il Pagnossin. Una delle ultime gare di quel campionato che per noi era stato proprio come quando si segue con tanta cura un soufflé ed estraendolo dal forno lo si vede improvvisamente accasciarsi. (Forse la temperatura del forno Geas, in quell’annata, per noi era troppo elevata…).

Antonio Concato, presidente del Basket Vicenza era venuto a Treviso per salutare Zigo Vasojevic e Baby Costa, insieme all’allora giovanissimo Toni Cappellari, coach della sua squadra.

Giocatrici e resto della squadra si avviano verso il palazzetto in taxi, io scelgo di seguirle con Toni e Concato con la mitica A112 color senape di Toni.

“Allora Toni… Parti giovedì?” – “Sì, presidente”. L’abitacolo si riempie di un silenzio gelido. Il coach milanese sarebbe partito per il CAR di Fano, cioè per il servizio militare, allora obbligatorio. Non osai intromettermi e rompere quel silenzio, Concato capiva dentro di sé che Toni dopo la naja non sarebbe più tornato a Vicenza.

Cappellari aveva accettato di prendere in mano una squadra che aveva esaurito da tempo anni di predominio in campionato (cinque scudetti consecutivi nella seconda metà degli anni ‘60). Spiegava Concato: “Il primo grande ciclo del Vicenza si esaurì quando finimmo i soldi; da allora riuscii a galleggiare vendendo una giocatrice all’anno: a quei tempi era sufficiente per tirare avanti per una stagione, pagando i debiti e quadrando il bilancio”. In poche parole, una nobile decaduta. Erano i tempi in cui gli sponsor erano ancora lontani dal verificare a priori quale ritorno avrebbero avuto nel supportare finanziariamente una società sportiva: i loro sforzi erano pura passione. Purtroppo per il Caffè Portorico, sponsor storico di Vicenza, la passione era rimasta, ma i conti non prevedevano di poter continuare la sponsorizzazione. Toni era l’allenatore giusto per far crescere le giovani e con esse seppe tenere alto il valore di Vicenza nei due campionati che ne passò alla guida.

C’è spesso un compagno di scuola un po’ “galeotto” che ti porta ad intraprendere una splendida carriera alla quale proprio non avresti mai pensato: fu così con Massimo Moizo per Valerio Bianchini e fu così per quel compagno di classe che coinvolse Concato con la pallacanestro. Concato aveva giocato un po’ a pallacanestro, ma, con la nuova proposta, si trattava di allenare, di sapere, di essere un tecnico. Da grande appassionato di sport collaborò con il compagno del liceo alla conduzione della Lega Nazionale di Trieste, Gruppo di Vicenza, anzi pensava di costruire a Vicenza una grande polisportiva; alla fine dovette limitarsi al basket femminile: molto meglio per il basket averlo avuto tutto per sé.

Il compagno fu chiamato in seguito al servizio militare e Concato si sostituì a lui come allenatore. Fu costretto a seguire i relativi corsi: in quel momento vi erano due apostoli della “buona novella” cestistica come docenti: Elliot Van Zandt e Jim Mc Gregor. Concato si creò una mentalità cestistica fondendo il meglio dei loro insegnamenti: “Fundamentals, fundamentals” di Van Zandt e pressing, gioco libero e spettacolo di Jim.

Negli anni ’50 si giocava ancora all’aperto, ma il miracolo vicentino fu quello di avere a disposizione niente di meno che la Basilica Palladiana per allenamenti e gare: ci si lavava con l’acqua fredda, ma si poteva contare su un vicino albergo per potersi cambiare. Del resto a quei tempi anche l’attuale squadra campione d’Italia maschile, la gloriosa Reyer Venezia, giocò per anni nella basilica sconsacrata della Misericordia. Il gioco era molto statico, molta zona, pochi i fondamentali, grande circolazione di palla per linee esterne fino trovare lo spazio per il tiro (forse per sfinimento alla noia della difesa). Tre squadre allora ai vertici del movimento cestistico femminile: Trieste, Udine e Torino.

Torniamo a quel momento verso la metà degli anni ’70, quando nel basket femminile veneto, si venne a creare un triangolo “magico e stupendo”: Vicenza stava riprendendo quota, e presto trovò due grandi giocatrici come Mara Fullin e Cata Pollini da affiancare al preesistente nucleo compatto. Dietro le quinte c’era sempre la mano di Concato, nel frattempo divenuto presidente. Treviso era un astro nascente (supportata dal presidente Pagnossin) e Schio cominciava a dimostrare tutta la sua consistenza e voglia di far bene.

Concato, lasciata da un pezzo la panchina, si era dedicato totalmente agli ambiti dirigenziali della società. Il suo colpo di fortuna fu quello di trovare un altro grande sponsor, la Zolu, ed un grande allenatore, Aldo Corno. Così ad inizio anni ’80 nacque quella che – sono parole del Presidentissimo – “considero la più grande squadra italiana di ogni tempo. So che sono di parte nel dirlo, ma chi ha mai messo insieme sette scudetti e cinque coppe Campioni, con un dominio tanto marcato su entrambi i fronti?”. Classe 1932: quasi settanta gli anni nei quali il binario del basket, per il presidente vicentino, è corso parallelo a quello della sua vita, senza mai mostrare un cedimento nella passione, nell’interesse e sempre felice di essere vicino alla società e alla squadra. Sempre in prima linea nelle grandi stagioni delle Persi, Pausich, Geroni, Agostinelli e ancora sulla breccia nel trovarsi a ricostruire la squadra sulle giovani fino a portare la società ai vertici del basket europeo.

Chiedo a Rosi Bozzolo, che bene lo conosce, un termine per definirlo: “Indistruttibile”, mi risponde, e so che non si riferisce al fisico. Porgo la domanda a Carletto Vignati, suo grande estimatore, ma chiedo qualcosa di più di un termine: conoscendo Carletto, so che la sua risposta consisterà in tutto il materiale per stendere il mio articolo: “L”unico veneto che pasteggia a Coca Cola”, la sua risposta, e dietro ci sta una di quelle classiche risate con le quali il nostro Carletto ti rende felice la serata.

Toni Cappellari partì per il CAR di Fano, io lo precedetti di un giorno verso quello di Campobasso; ci trovammo dopo poco tempo a Vignadivalle ad allenare la squadra delle Forze Armate: per me fu un’ottima esperienza cestistica, meno per la A112 di Toni che ci scarrozzò fino allo stremo.

(Testo di riferimento: “Almanacco del basket femminile” di Massimiliano Mascolo con la collaborazione di Giulia Arturi).

Enrico Casiraghi

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